Voci Del Territorio

comitato di cittadini per la tutela

dell’ambiente, della salute e del lavoro

Archivio

Articolo selezionato

Maria e Carolina: due sorelle tra guerra, fatica e casa Sfredda

Il viandante.

Intervista n. 03 e n. 04 (29/11/2025 h. 18.30-19.45)

Maria cl. 1940

Carolina cl. 1941

Nate a Stracca trasferite a Casoli (anni …vedere se lo ricorda Vidia)

Sorelle, quando si salutano si chiamano “saso”

Noi abitavamo a Stracca a casa Sfredda. La casa Sfredda era l’ultima casa.

Nostro padre era partito per la Guerra nel 1943 e quando era tornato era un grande invalido. Dicevano che aveva subito un trauma per colpa della granata che gli era esplosa alle spalle. Si era tanto spaventato e la granata lo aveva colpito alla schiena e gli aveva leso la spina dorsale (foto del padre in carrozzella).

Nostro padre non poteva lavorare ma gli zii che vivevano con noi facevano i contadini sotto un padrone che era di Silvi e si chiamava Pretaroli Alfredo. Era un bravo padrone quando uccidevamo il maiale che gli toccava ci lasciava le frattaglie e da Casoli ci venivano di corsa a prendersi i piedi, le orecchie che mia nonna regalava a chi aveva più bisogno. Erano delle belle terre, avevamo anche gli animali, La casa di nonna Sciamanda ha campato tanti abitanti di Casoli. Le donne venivano più degli uomini e mia nonna giunta la sera gli faceva riportare la gavetta. Faceva così: due figli due mestoli, tre figli tre mestoli, 5 figli 5 mestoli.

Venivano a lavorare per riportare il mangiare. Quando si tagliava il grano con la falce venivano le donne la mattina presto per raccogliere “li marre de lu rane”, le spighe rimaste e ognuna si teneva per sé quelle che raccoglieva e ci faceva la farina al Mulino. Oppure venivano a “Rcicullattà la vigna”, a raccogliere i grappoli rimasti dopo la vendemmia, e ci facevano le fiaschette di vino per la casa. Tutto l’anno, quando serviva, facevano tutti i lavori dei campi, secondo la stagione, aiutavano anche nella grande raccolta dei pomodori.

A scuola si andava a piedi. Io ho fatto solo fino alla terza elementare mi pare.

Tu Mari hai fatto tre volte la prima elementare io so entrata ti ho doppiato ho continuato e tu sempre la prima facevi!

Ci ridono su ma la risata di Maria si fa un po' amara

ho ripetuto tre anni la prima perché non ci andavo mai a scuola, dovevo aiutare la mamma a badare a mio padre, a metterlo sulla carrozzella, a lavarlo, a svuotare il pappagallo.

Io invece ho fatto fino alla quinta poi non c’erano le medie e per tre anni so stata a spasso e mia mamma mi aveva mandato a ricamare perché sennò facevo la cavallona con i maschi e giocavo a boccette e a tirare le pietre. Poi il Presidente degli invalidi e orfani di Guerra disse a mia madre “Ma sti ragazzi mettiamoli in collegio!”. A mia madre dispiaceva. Ma per fortuna partimmo, lo stesso giorno del 1954, io, mio fratello Armando di 11 anni e mio fratello Mimì. I maschi andarono a San Marino e io a Teramo per tre anni e siccome promettevo poi ho continuato a studiare, ho fatto la scuola magistrale e ho insegnato alla scuola materna.

Mi ricordo che quel Natale tornammo a casa io e miei fratelli e il 1 gennaio mio padre morì. Eravamo però tutti e quattro a casa. I giorni seguenti ci fu il funerale, la riuscita, il 5 gennaio ripartimmo con zio Fafì che durante il tragitto mi chiese: “Caroli’ perché non parli?” e io risposi: “Ma come faccio a dire alle mie nuove amiche di scuola che mi si è morto il padre?” Mi ricordo che mio fratello Mimì piangeva perché la mamma non gli aveva fatto le sfogliatelle!

La mamma – Caroli’ ti ricordi?- andava a piedi ai colli di Fontanelle per prendere il bus e andare a Teramo da quello che curava la pensione di papà e gli portava una volta un coniglio, una volta un pollo. Siamo stati cinque anni senza pensione. Sono stati momenti difficili. E poi da quando morì nostro padre il portone di casa nostra si chiuse. Mi ricordo che avevo 15 anni e mio padre era morto a dicembre. A Casoli, Pesce di Pescara, aveva aperto un cinema e quella sera proiettavano ”Non c’è pace fra gli ulivi”. La mia amica mi chiese di andare a vederlo. E io dissi: “No. Non posso venire mi si è morto papà” e lei mi disse che lo vedevamo dalla finestrella e quindi che non c’era niente di male perché in realtà non andavamo al cinema.

Io andai ma lo venne a sapere mia madre che mi venne a prendere e mi trascinò a casa per i capelli. Era inutile che le dicevo che, in fondo, stavo guardando il film dalla finestrella.

E così è stato sempre anche quando mi sono fidanzata e sposata. Mia madre era diritti e doveri. Però io me la sono goduta fino alla fine.

Marì però un po' ci faceva vivere come soldati. Io ero diversa da Maria io rispondevo a tutti. Una volta la nonna Sciamanda Marietta mi disse che dovevo andare a riprendere “li pulli”

le galline Caroli?

No no “li pulli”, i tacchini

Allora Sciamanda faceva così si affacciava alla Loggia e vedeva dove stavano i tacchini, quel giorno mi disse “Carolì va a arpià li pulli”. Risposi:“A no’ nin mi te voje mi sa che si sta a move lu tempe mandaci Giuseppe”, “Giuseppe sta con le pecore ci devi andare tu!”

Allora io non ci volevo andare era infangato e piovigginava. Comunque mi avviai nella direzione indicata dalla nonna e comincia a dire a sti pulli: “Dai jeme che tenem’ arji” ma questi non si muovevano e io a un certo punto per farli muovere tirai una cannata a un pullo e lo azzoppai. Il pullo si allungò a terra e io pensai “Mo senti nonna!”. Che faccio, che non faccio, presi il tacchino dall’altra zampa e lo andai a buttare nel formale. Portai gli altri nell’aia e tornai a casa. La mattina dopo la nonna contò i tacchini e si accorse che ne mancava uno. “Caroli’ ma manca nu pullo!” “E che ne so io a no mica li dovevo contare li dovevo solo riportare”. Non ho mai confessato questa cosa.

La nonna Sciamanda era la padrona di casa. Chiudeva la porta della sua stanza con la ravanella e si metteva a pregare e noi bambini da fuori bussavamo “A no dacci due cargioni” (fichi secchi).Ma lei non ci rispondeva fino a quando non aveva finito. Poi apriva e ci diceva “Che volevate?”.

Aveva avuto due figli mio padre tornato dalla guerra grande invalido e un altro zio Tomassino che dalla Guerra non è mai tornato. E quando mia nonna dalla Loggia vedeva passare i poveri, – e quanti ne passavano a casa nostra anche da Roseto e dai comuni intorno! – allora diceva “Ecche mo passe li puvirille, aia fa che è lu fije me che torna!”. E dopo un po' anche noi bambini quando vedevamo i poverelli arrivare speravamo che era zio Tomassino che però non è tornato mai.

La nonna dava da mangiare a tutti perché le mancava il figlio. Aveva una stanzina dove stavano le galline e le mucche che preparava per un vecchietto che chiamavamo Pietracamela, che abitava con noi d’inverno perché a casa sua faceva troppo freddo.

A casa nostra il mangiare non mancava mai ci eravamo stufati del cacio del prosciutto e della ricotta-

Mari’ ti ricordi io piuttosto che il prosciutto mi strusciavo il lardo sul pane, e mi piace ancora mo solo che mo dove lo trovi più.

E quando vi siete nascosti a tagliare il formaggio Mari’?

A casa avevano fatto il formaggio per la famiglia e per il padrone e lo avevano lavato e messo ad asciugare sul tetto della camera della nonna. Io e Saverio eravamo stanchi di “magnà simpre lu cacie” e così ci dicemmo “Tagliamolo e portiamolo alle galline”. Ci nascondemmo sotto al letto, trovammo un coltello, e cominciammo a tagliare le pezze di cacio. Continuammo per giorni. I pezzetti poi io me li mettevo nella gonnuccia e li portavo alle galline.

Un giorno la nonna andò a controllare il cacio e si accorse che mancavano parecchie forme. Noi eravamo sotto al letto e sentimmo che la nonna aveva capito che eravamo stati noi. Ma più che arrabbiata era preoccupata che per paura della punizione scappassimo e ci succedesse qualcosa. E la sentimmo dire “Artruvetele nin dicete ninte” basta che ritornano e che stanno bene. Allora noi piano piano ci decidemmo a venire fuori.

C’era un pozzo a casa di cui avevano paura e poi c’era il formale vicino e un bambino, Corradino della famiglia degli Sfurtuniti (Ricciutelli), ci era annegato dentro un giorno.

Il formale muoveva il mulino. Dal Mulino si tornava con le canestre sulla testa e non si faceva in tempo a tornare a casa che già ti facevano ripartire per un’altra commissione.

Il nostro gioco era andare a portare l’acqua ai lavoranti.

Mi ricordo il giorno della Cresima che noi cugini avevamo celebrato tutti insieme. Ognuno aveva il suo compare e la sua commara che avevano portato i regali. A chi l’orologio a chi gli orecchini d’oro. A Saverio toccò una bustina con i soldi. Mi ricordo che eravamo tutti in cima alle scale e che Saverio piangendo buttò via la bustina perché a tutti era toccato un bel regalo e a lui i soldi che sicuro avrebbero tenuto i genitori. E noi tutti a ridere! Ridemmo davvero tanto.

Marì io invece mi ricordo le scarpe della Comunione.

Dovevo fare la Comunione a Casoli e mi dovevo comprare le scarpe. Allora zia Marietta si offrì di accompagnarmi ad Atri a andammo con la posta. Al ritorno però la zia si era dilungata nelle commissioni e aveva perso il postale. Così tornammo a piedi da Atri ma io ero tutta contenta camminavo con la mia scatola di scarpe sotto il braccio. Me le ricordo ancora erano bianche tutte bucherellate.