Il viandante è passato per Stracca
Intervista 05 (/11/2025 h. 17.00-19.00 compreso caffè e aperitivo – in casa)
Lidia e Raffaele
Coniugi dal 1977
Lidia cl. 1955
Nata a Stracca trasferita a Torre San Rocco dopo il matrimonio
Io sono nata a Stracca nella casa colonica vicino al Mulino Candelori, il mulino ad acqua alimentato dal formale de’ Cavalli.
I miei genitori erano contadini, proprietari delle terre che lavoravano. Era il 1959, io avevo meno di tre anni e a casa di mamma hanno istituito una scuola. Veniva il maestro Santini di Atri e c’erano 10/15 bambini che la frequentavano. Poi si è spostata in un vano più grande a casa di Poliziano davanti alla sede dell’attuale associazione. Veniva un’altra maestra che rimaneva a dormire a casa di mamma. Dormiva a casa di mamma e faceva scuola da Poliziano.
Mia mamma non ha un bel ricordo, dice che ogni notte portava a casa un uomo diverso.
Beata lei! Direi che si divertiva!
Lidia e Raffaele ridono
E si! a me lui mi si è presa giovane non poteva aspettare, avevo tredici anni quando ci siamo fidanzati. Ma io a tredici anni ero alta come adesso, anzi no, pure di più che mo mi so’ un po' abbassata!
Poi per diversi anni la scuola fu soppressa almeno fino al 1966/1967 e poi riaprì, mio fratello la scuola l’ha fatta in una casetta bassa dalla seconda elementare in poi.
Io le scuole le ho fatte a Casoli e andavamo a scuola a piedi e quando facevamo la costa e le scorciatoie erano 3 km, passando per l’asfalto invece ne erano 4. Comunque sia voleva un’ora per arrivare. Al ritorno era una festa eravamo un bel gruppo. Mi ricordo che quando comincia ad andare a catechismo tornavo a casa mangiavo in fretta e ripartivo.
Dovevate essere tutti in forma!
Tutti magri eravamo!
Un anno, se non due, le scuole di Atri passarono la refezione. Uscivamo da scuola e in un locale vicino ci davano da mangiare e io,in quel momento, ho scoperto la Simmenthal ed era buonissima, ci facevamo il panino.
A casa di mamma venivano i casolani a lavorare le terre. A pranzo si mangiava là mentre a cena mamma preparava i pomodori acconciati, la frittata, il prosciutto la lonza e il pane. Molti si riportavano la cena a casa per dar da mangiare ai figli.
C’erano sempre gli operai: dalla sarchiatura, alla mietitura, alla raccolta delle olive e prendevano la paga giornaliera.
La famiglia di mia madre invece stava a mezzadria da Pretaroli e andavano a Silvi a portargli la parte del raccolto che gli spettava e facevano a turno, un giorno andava un contadino e un giorno un’altro.
Mi ricordo un episodio divertente, all’età di quattro anni, mio fratello aveva quattro mesi, mi sono ubriacata con i liquori fatti in casa. Si facevano i liquori fatti in casa si andavano a raccogliere le essenze e si facevano sti liquori, gialli, rossi, verdi. Mia madre aveva anche un liquore, di quelli comprati, nascosto nell’armadio per le occasioni speciali. Io avevo quattro anni ma sapevo tutto.
Quel giorno erano venuti ospiti e mia madre aveva preso i bicchieri e i liquori da offrire. A un certo punto gli ospiti se ne erano andati e mia madre li aveva accompagnati sotto. Allora io mi sono chiusa a chiave e ho cominciato a prendere i bicchieri sul tavolo e a scenderne altri dalla dispensa e a mescere il liquore giallo e quello rosso. Mescevo e bevevo. Quando mamma è tornata non si apriva la porta. Sentiva rumori di bicchieri. Mi diceva “Apri, apri” e io “mo apro, mo apro” e intanto continuavo a spostare i bicchieri. Alla fine ho provato ad aprire la porta ma arrivata alla maniglia sono svenuta. Mio padre ha dovuto prendere la scala ed entrare dalla finestra dopo aver rotto il vetro e mi ricordo che mi chiedeva “Lidia che hai fatto?” e io rispondevo “li biccìrin”.
La cosa che mi piace ricordare era il rapporto con le persone. I miei vicini di casa erano come dei familiari. Ero una ragazzina, avevo 11 anni, e i miei vicini avevano il giradischi: era l’anno che uscì la canzone Nessuno mi può giudicare (1966). Mi facevano andare a casa loro e gli tenevo i bambini mentre lavoravano in campagna. Quel disco lo avevo consumato a furia di sentirlo. La loro casa era come fosse casa nostra e viceversa. Un giorno stavamo facendo i biscotti al forno a legna di casa mia e non trovammo più il bambino più piccolo. Era caduto nella cavata*una pozzanghera di fango e acqua e io andandolo a cercare vidi una manina che veniva fuori dal fango. Lo tirarono fuori gli pulirono tutto il fango accesero un fuoco più grande, lo scaldarono e lui piano piano si rianimò. Poi giocavamo a carte a stoppa. Eravamo due, tre famiglie che ci riunivamo. Si cominciava a San Martino, mi ricordo che non c’era la luce elettrica dovevamo passare il formale di notte con la candela e si camminava almeno un kilometro senza luce, anche nella neve.
Ti n’ì fatte di sunne sopra lu baule a Li’”
Si noi bambini a un certo punto ci addormentavamo sui bauli, poi da più grandi giocavamo a carte anche noi
I Casolani passavano a casa mia anche a prendere la zappa per andare a fare i lombrichi per pescare le anguille nel formale. Quando chiudevano il canale entravano le anguille e si andava a pesca. I lombrichi si facevano nella terra morbida e nel letame.
Mi ricordo come se lo vivessi adesso di quando mio padre aveva la vespa e lavorava in campagna. Di solito la sera andava a Casoli a fare un po' di spesa a comprare le sigarette e tornava che era notte. Io mi mettevo a guardare le luci di Casoli che si vedevano dalla finestra. Mi sedevo e aspettavo. Mi ricordo una sensazione piacevole di attesa. E lui mi riportava sempre o un Tom (tavoletta rettangolare di cioccolata) o il formaggino, ma non quello di latte cosa hai capito, il formaggino era di cioccolata. Poi d’estate il gelato, che era il mio preferito.
Da bambina mia madre mi mandava al mare dalla zia a Scerne e mi ricordo che lei aveva i pomodori che arrivavano fino alla ghiaia e quando si faceva sera prendeva un asciugamano e il sapone e ci andavamo a lavare al mare. Mi divertivo a vedere i treni che passavano.
Ho cominciato a lavorare a otto anni aiutavo gli zii al forno di Pineto, io ero al negozio il pomeriggio quando loro facevano i dolci. All’inizio davo solo una mano e chiamavo la zia ma già a dieci anni ero una vera commessa. Poi ho lavorato anche all’Hotel Garden dove nel 1977 io e mio marito ci siamo sposati
Quando ero fidanzata mi ricordo che andavo al telefono pubblico che stava al mulino ad aspettare le telefonate di Raffaele che lavorava a Milano. C’era una cabina grigio verde con una porta dalla maniglia pesante, come quella di un frigorifero. Avevamo l’appuntamento telefonico alle dieci e mezza. Tantissime persone usavano il telefono a scatti.
Io avevo uno spirito indipendente ho fatto la ragioneria ad Atri. Poi nel 1974 cominciai a fare l’università ma io volevo andare a lavorare. L’università era il sogno di mio padre non il mio. Andavo a lezione a Pescara con la mia amica Adelina e nelle ore buche ci chiudevamo nelle cabine telefoniche e telefonavamo a tutti gli studi di commercialisti e avvocati e dicevamo – parlavo io che la mia amica era più timida – “Pronto siamo due ragioniere e cerchiamo lavoro …” sempre la stessa cosa. Tant’è che un giorno rispose uno che ci disse “A ecco aspettavo questa telefonata” perché c’era stato, non so, un convegno dove avevano parlato di queste due ragioniere che telefonavano in cerca di lavoro. Poi lavorammo, io tre giorni in uno studio, poi trovai lavoro a Crisanti, mi ricordo che mio padre non mi voleva accompagnare, io avevo preso la patente a dicembre avevo 18 anni. Poi mi accompagnò.
A quei tempi era difficile per le donne trovare un buon lavoro, questo lo puoi scrivere.
Io vinsi tre concorsi ma non entravo mai. Poi fui assunta perché dovevano prendere quella subito dopo di me in graduatoria che era raccomandata. E io le ho ripetuto sempre “Io sto qua grazie a te!”
Ti racconto un’altra cosa qui sono passati i tedeschi (in ritirata) e mia suocera a mio marito lo ha sempre chiamato Erio perché era passato un tedesco che a dire di mia suocera era “bello assai quel giovanotto”.
Ieri mi ci hanno chiamato Erio pensa un po'!
L’intervista è finita speriamo di incontrare qualcuno che dei tedeschi in ritirata ci racconterà qualcos’altro.

